Ritirati finchè sei in tempo. Un pensiero che nasce spesso quando si vede un grande campione avvicinarsi al tramonto della sua carriera. Ritirati da campione. Non continuare a competere quando ormai non sei più competitivo. E guardando le ultime stagioni di Formula 1 viene da chiedersi: Lewis Hamilton avrebbe dovuto ritirarsi?
La sua carriera e la sua leggenda sono state rovinate dagli ultimi anni? Prima il confronto con Russell, poi quello con Leclerc: per ora, è uscito da entrambi con le ossa rotte.
Certo, domenica a Melbourne inizia una nuova stagione. E con lei, si aprono nuove possibilità. Magari tra un anno vi racconterò la storia di come Hamilton è tornato Grande, e si è preso l’Ottavo titolo con la Ferrari.
Still I Rise all’ennesima potenza.
Ma per ora non è così. Anzi, molti pensano che quel mito sia ormai tramontato. Che sia “bollito”. E da questa riflessione nasce questo video.
Quand’è il momento giusto per ritirarsi? Come si fa a capirlo?
Beh la storia è piena di esempi simili. E allora… Partiamo da quelli.
PARTE I – QUESTIONE DI FISICO
Inizialmente volevo fare un video che coinvolgesse tutto il mondo dello sport! Caspita, potrei confrontare Hamilton con i grandi Campioni di tutti gli Sport. Michael Jordan. Leo Messi. Federica Pellegrini. Alberto Tomba.
Mmh… avrebbe avuto senso? No. Perché ogni sport richiede capacità differenti. Perchè ci sono sport come il calcio, il tennis, il nuoto, lo sci, in cui il fisico è TROPPO importante. Magari la testa c’è, la voglia c’è, ma il corpo non c’è più. E non c’è partita. Non vinci. Punto.
A un certo punto della sua carriera, Roger Federer avrà percepito che il suo corpo non era più capace di servire e rispondere come prima, che non avrebbe retto il ritmo di Sinner e Alcaraz. Così come altri campioni.
Il Motorsport, invece, è uno di quegli sport dove il fisico conta nettamente meno. Certo, in F1 ti devi allenare, ok, ma non da morire. Vi faccio un paragone: nelle categorie dove corro io, puoi non fare un ca**o e vincere. Ho vinto due campionati negli ultimi 2 anni, con la panza, ZERO allenamento e alle spalle rottura di caviglia, clavicola, menisco, 6 costole e 3 vertebre. E ho vinto. Provate a mettermi in qualunque altro sport dilettantistico, in queste condizioni. Non è che non vinco…esplodo dopo 5 minuti.
Ecco…con Motorsport intendo 4 ruote. Perchè nelle due ruote fai tanta più fatica, serve agilità, riflessi…lì a 40 il fisico si fa sentire. In macchina…molto meno.
Quindi nel Motorsport a quattro ruote (f1, Nascar, LMS) non è che se sei “vecchio”, automaticamente vai più piano. Perchè il fisico conta poco. Conta di più la testa. E il mezzo conta ancora più della testa.
Quindi questo discorso lo possiamo solo fare nell’automobilismo. E per essere più precisi, allora, circoscriviamolo solo alla Formula 1. Perché qui ne abbiamo tantissimi di esempi. Abbiamo campioni che si sono ritirati IN TEMPO. E campioni che si sono ritirati TROPPO TARDI. Quale dei due gruppi ha avuto ragione?
PARTE II – L’OROLOGIO DELLE LEGGENDE
La Formula Uno moderna è la disciplina di alto livello motoristico che forse, più di tutte, permette di rimanere al top con il passare degli anni.
Pensateci bene: sì, ok, forze G mostruose, ma hai i poggiatesta, in gara devi quasi sempre gestire (gomme, ricarica, consumi) e non stai mai tirando come in qualifica, il servosterzo può renderti il volante morbidissimo. Non è massacrante come il calcio. In F1 Quello che conta è la mente.
Ma ancora più della mente, la vera differenza la fa lei. Per vincere e giocarsi le gare, in F1, conta molto più la monoposto che un pilota nel picco della sua carriera. Devi solo essere più forte del tuo compagno di squadra. E anche lì…testa.
Ma allora…Quali grandi Campioni si sono ritirati troppo tardi, e quali troppo presto?
Partiamo da Nico Rosberg.
Il più famoso dei piloti che si sono ritirati IN TEMPO.
Giusto qualche giorno dopo aver vinto il suo primo e unico Mondiale. L’esempio degli esempi dell’atleta che ha seguito la regola d’oro: ritirati quando sei ancora in cima. Porca miseria, lui era proprio sul picco dei picchi.
Fece bene? Beh, sentiva di aver raggiunto un traguardo irripetibile e che gli era costato tantissimo. Lo stress di quella stagione contro Hamilton era stato troppo alto. E allora, ritiriamoci ora da campioni.
Il suo mito, però, un po’ ne ha risentito. Rosberg è nella ristretta cerchia dei Campioni del Mondo di F1, per carità, ma se avesse accettato un’altra sfida, se avesse continuato e vinto altrove, e non solo nella Mercedes fenomenale dell’era ibrida, ora lo ricorderemmo diversamente.
Quindi sì, si è ritirato in tempo, ma a che prezzo?
Dopo Rosberg prendiamo la macchina del tempo e passiamo a Nuvolari. Sì, lo so, il nostro Tazio non ha corso in Formula Uno, non c’era ancora alla sua epoca. E quando correva Nuvolari, un po’ tutti i piloti erano molto più vecchi che adesso.
Quasi tutte le sue più grandi imprese risalgono a prima della Seconda Guerra Mondiale. Dopo, Tazio ha ripreso a correre, ha rischiato di vincere la più incredibile delle Mille Miglia, ma non è mai tornato ai livelli assurdi che aveva negli anni ’30. Forse si è ritirato TROPPO TARDI? Sì…no…erano altri tempi, non me la sento di fare paragoni. Anche perchè stiamo parlando di un pilota che, per sua stessa ammissione, correva nella speranza di lasciarci le penne, così da sfuggire via da un’esistenza che, lontano dalle piste, era stata molto crudele con la sua famiglia. Un pilota che correva sperando di morire.
Saltiamo avanti nel tempo e troviamo un esempio molto simile a quello di Rosberg.
Sir Jackie Stewart. Uno dei piloti più iconici degli anni 60-70’, un vero mito che ancora oggi si muove con disinvoltura nel paddock. Un pilota veloce ma anche molto, molto intelligente. Le sue crociate per la sicurezza hanno cambiato la F1, e il suo fiuto per gli affari ha cambiato il modo di gestire gli sponsor dei piloti.
Un Campione tanto intelligente non poteva non pianificare in maniera perfetta l’uscita di scena. Purtroppo, la morte del suo amico fraterno, Francois Cevert, oscurò il suo ultimo weekend di gara, tanto che Stewart non partecipò alla corsa dopo l’incidente delle qualifiche.
Ma Jackie aveva già deciso: dopo tre mondiali in sei anni e 27 vittorie, era ora di smetterla di rischiare la vita in pista. Si è ritirato IN TEMPO. Perfettamente in tempo.
Chi, invece, si è ritirato un pelo troppo TARDI è Kimi Rakkonen.
Inutile girarci attorno: gli ultimi anni di Raikkonen in Alfa Romeo, per quanto divertenti e con qualche bello spunto, non hanno davvero aggiunto quasi nulla alla storia di Kimi. Per carità, lui ha sempre e solo fatto quel cavolo che gli pareva: e dal 2019 al 2021, gli pareva di correre con l’Alfa.
Eppure, se Kimi si fosse fermato dopo la fine del 2018, dopo la magica vittoria di Austin, sarebbe stato il momento perfetto. Quattro stagioni a prendere la paga da Vettel, il ritorno alla vittoria dopo Abu Dhabi 2012 che continuava a sfuggire, le tante richieste di aiuto a Seb nel 2018, nonostante Kimi andasse forte e amasse la Ferrari come pochi altri piloti… tornare a vincere negli USA era stata la chiusura del cerchio che Kimi meritava. Senza se e senza ma.
Certo, le ultime 3 stagioni lo hanno etichettato come “bollito”. Ma a lui gliene è mai importato qualcosa? BWOAH.
Al contrario, Niki Lauda è l’esempio perfetto di come puoi tirare un po’ lungo, ma comunque rimani IN TEMPO.
La storia di Niki ve l’ho raccontata tante volte: si rompe le balle della F1 nel 1979, se ne va via, si dedica alla sua compagnia aerea, poi decide di tornare a correre con la McLaren, aiuta la squadra a crescere e nel 1984 vince un Mondiale!! è tornato e ha vinto!! Certo…ha vinto di furbizia contro Prost che a parità di macchina era più veloce.
Niki lo sapeva benissimo, infatti per tutto il 1984 si concentrò sulle gare senza mai lavorare sulla qualifica. Ma nel 1985 non c’era più trippa per gatti. Un incidente in prova convinse Niki che era tempo di smetterla per davvero. L’ha tirata lunga solo per una stagione, nella quale comunque una gara a Zandvoort l’ha vinta, e quindi fu un ottimo modo per uscire di scena.
Lo stesso non si può dire per Alain Prost, il suo compagno di squadra in McLaren. E qui sarò molto, molto provocatorio.
Per me Prost è l’esempio perfetto di un pilota che esce di scena da vincente, ma troppo TARDI.
Nel 1993 Prost corre per la Williams pigliatutto con le sospensioni attive. Ma prima aveva fatto un anno sabbatico, il 1992, passato a commentare in televisione e passeggiare per il paddock. E a lavorare per assicurarsi il volante di quella Williams.
Nel 1993 Prost vince il Mondiale senza tanto sforzo. Sbaglia una partenza dopo l’altra, spinge pochissimo, si impegna giusto quanto serve per portare a casa il Titolo nonostante un vantaggio di macchina e motore enorme.
Ecco, quella stagione ha aggiunto pochissimo alla carriera di Prost. E, anzi, l’aver fatto di tutto per non avere Senna come compagno di squadra, e l’aver mollato quando ha capito che lo avrebbe avuto accanto nel 1994, rende quel Campionato il meno esaltante della sua carriera.
Il 1993 è sembrato una timbratura del cartellino nella carriera del Professore. Per come aveva guidato negli anni ’80, avrebbe meritato almeno 6 mondiali. Dato che ne aveva solo 3, ha deciso di prendersi il quarto in maniera super easy. E questo ha aggiunto poco nella sua Leggenda…
Il contrario vale per Juan Manuel Fangio. Un grande Campione che in F1 ha corso molto in là con l’età, pensate che nel 1950 aveva 39 anni, ma che ha vinto più di tutti e ha deciso di andarsene IN TEMPO.
Eccome.
Fangio è famoso per aver cambiato tantissime squadre, sempre alla ricerca della monoposto migliore. Il Maestro era un incredibile pilota di vetture a ruote scoperte, e nonostante nel 1957 avesse ormai 46 anni, vinse il suo quinto mondiale con la Maserati battendo piloti poco più che ventenni come Collins, Hawthorn, Moss…
Nel 1958, appena Fangio si sentì stanco, disse basta. Senza tanti giri di parole, senza nemmeno completare il campionato. Dopo il 4° posto a Reims salutò la compagnia e tornò in Argentina. Da Campione in carica che non aveva mai mostrato cedimenti nella forma.
Niente male, come modo di salutare.
Un solo pilota, prima di Hamilton, è riuscito a superare il numero di mondiali di Fangio..
Michael Schumacher.
Ecco, il Kaiser è uno degli esempi più fragorosi di un pilota che ha chiuso la sua carriera troppo TARDI. O meglio…l’aveva chiusa in tempo quando si ritirò in Ferrari.
Il problema sono stati i suoi tre anni in Mercedes.
Siamo onesti: le tre stagioni di fianco a Rosberg hanno mostrato uno Schumi ben diverso da quello delle stagioni in Ferrari.
Ma per prima cosa: perchè è tornato in F1 con la Mercedes?
Beh, non so se lo sapete, ma quando nel 2009 si fece male Massa e la Ferrari propose a Schumi di tornare, Michael si era fatto male al collo in un incidente in moto. Ma si era fatto male davvero. Era quasi morto dopo quella caduta in Spagna, a Cartagena.
Ma al di là dell’infortunio, Michael non era convinto di tornare con la Rossa perché non c’era in ballo un sedile per il 2010, il contratto con Alonso era già firmato da tutti. E Schumi non voleva fare da tappabuchi, non per la Ferrari.
Però, la voglia di tornare a correre e provare l’adrenalina dei Gran Premi era troppo alta. E così Schumacher accettò la proposta della Mercedes e di Ross Brawn. Eppure fece fatica ad adattarsi alle gomme slick, aveva perso un po’ di ritmo. Però, quello che pochi ricordano è che nel 2012, quando ormai si era adattato alla nuova F1, per gran parte della stagione Schumi se la giocò con Rosberg. Quindi alla fine ci era arrivato a ritrovare il ritmo.
E fu molto, molto più sfortunato di Nico, tra il ritiro della Cina e la penalità di Monaco.
Un pizzico dello Schumi geniale ritornò. Troppo poco, però, per giustificare un ritorno che è stata solo una parentesi nella sua carriera.
La prossima storia racconta un pilota che nonostante l’età è ancora IN TEMPO per fermarsi. Perché continua ad andare forte…e non sembra aver voglia di smettere. Sto parlando di Fernando Alonso. Eh già, un contemporaneo di Hamilton.
Molti potrebbero pensare: ma perché continua? Beh…vedete voi. Torna in F1 in Aston Martin e inizia a stampare un podio dopo l’altro a 40 anni suonati. Quasi vince. Massacra il suo compagno di squadra.
Stagione dopo stagione, Gran Premio dopo Gran Premio, Nando mostra una voglia, una tigna, e una competitività che ti fanno dire: continua perché può. Nando è il perfetto esempio che puoi anche non ritirarti, che sei in tempo per continuare, almeno fino a quando rimani a un livello come il suo.
Non si può dire lo stesso per Sebastian Vettel.
Vi ho raccontato la sua storia in Ferrari in un video dedicato. Le ultime due stagioni della sua carriera, in Aston Martin, hanno regalato due podi e poco più. Era più veloce di Stroll, ma non mostrava la differenza che, per esempio, vediamo adesso tra Alonso e Lance.
E il crepuscolo dei suoi anni in Ferrari, soprattutto il 2020, ha messo molto in ombra le tante soddisfazioni degli anni precedenti. Gli ultimi anni di Vettel in F1, con i testacoda, i tamponamenti, i tanti errori inspiegabili, hanno oscurato – e molto – le tante coppe dell’era Red Bull.
Sai, le ultime stagioni di Seb hanno motivo a molte persone di pensare che il successo di Seb dipendesse molto dalle Red Bull di Newey, e poco da Seb.
è una lettura ingiusta e riduttiva, senza dubbi, ma un po’ difficile da smontare. E se si pensa a Vettel, sì, verrebbe proprio da dire: RITIRATI FINCHE SEI IN TEMPO.
PARTE IV – MA QUINDI?
Ma quindi? Abbiamo visto un sacco di storie di grandi campioni, tutte diverse tra loro. Chi si è ritirato IN TEMPO. chi TROPPO TARDI. Eppure non è quello a stabilire se sei un campione oppure no, perchè ci sono leggende come Schumacher, o come Valentino Rossi se vogliamo pensare alle due ruote, che anche se gli ultimi anni non andavano, restano leggende. E ci sono campioni come Rosberg che si sono ritirati al momento giusto ma mi riesce difficile vederli come leggende.
E allora voglio dire una cosa che NESSUNO dice mai. Chi siamo noi per giudicare quello che fanno gli altri. Cioè possiamo giudicare la performance, i risultati, ok. Ma non LE SCELTE. Noi non siamo nessuno per giudicare che cosa gli altri scelgono di fare con la propria carriera. Perché ognuno è libero di fare quello che gli pare. Se un grande campione non vince più, ma si diverte talmente tanto a fare quello sport che continua a farlo fino al collasso anche arrivando merdesimo, perchè GLI PIACE, beh chi siamo noi per dirgli “dovevi ritirarti prima, finchè vincevi”? Se poi lo pagano pure… Il discorso ovviamente cambia se finisce ogni gara depresso e pieno di negatività. Allora forse sì che ha senso dire “ritirati finchè sei in tempo”. Ma non solo per il pubblico, ma anche per lui stesso.
E così, nella costruzione di questo video, quando sono arrivato a capire che la scelta se continuare o meno è una cosa che dipende solo dal pilota e solo lui sa cos’è giusto o sbagliato per sè, beh, allora mi è venuta in mente un’altra domanda. Non più “se sia giusto o sbagliato”, ma “perchè”. Perchè in Formula 1, un grande campione che prima vinceva tutto ed era fortissimo, a un certo punto non va più forte come prima, se la F1 è uno sport dove puoi andare forte anche da “vecchio”? Cioè se il fisico dopotutto non ti molla come nel calcio…perchè non vai più come prima?
Mi son posto questa domanda molte volte. Per molti anni. E la risposta, questo è il mio punto di vista, risiede proprio nella testa. Che è ciò che conta davvero per un pilota di auto. Mentre in un calciatore la perdita di performance sta nelle gambe, in un pilota di F1 la perdita di performance sta nella testa.
La mia opinione che mi sono fatto nel corso degli anni è che quando vedi un pilota di Formula 1 che a un certo punto non va più forte come prima, ovviamente tenendo sempre in mente la macchina che guida eh. Cioè Alonso anche se l’Aston va male, sta comunque andando fortissimo. Hamilton, in questi ultimi anni, no. Ecco, quando un campione di F1 non va più come prima, per me i motivi sono da ricercare nella testa. E a me vengono in mente 3 cose:
- fame. Dopo che hai vinto una valanga di gare e di mondiali, dopo che hai scalato la cima più alta che esistesse al mondo, inevitabilmente un po’ di fame la perdi. Prendi uno che non mangia da una settimana e uno che ha appena finito il pranzo di Natale. E mandali fuori a caccia. Vedi chi torna con più prede.
E, così, io vedo un Alonso che evidentemente ha una fame mostruosa che divora tutto ciò che incontra. E vedo, invece, un Vettel che…io non so voi, ma a guardarlo da fuori non mi sembrava uno affamato nelle ultime stagioni. - esperienza. Lo so sembra assurdo, ma a volte nel motorsport, “esperienza” non significa automaticamente essere “più forti”. E sapete perchè? Perché negli anni i regolamenti cambiano. E i mezzi cambiano radicalmente e diventano diversi da guidare. E se un pilota ha passato 10 anni a correre e a radicare nel suo cervello un tipo di mezzo e un tipo di guida, quando poi quel mezzo cambia e va guidato in un modo completamente diverso, tu hai i piloti giovani che sono come un foglio bianco dove è facile scrivere. E imparano in un attimo. Ma hai, invece, i piloti più esperti che si trovano a dover prima disimparare anni di guida, per reimparare quella nuova. Hamilton non si era mai adattato alle auto a effetto suolo. E non lo dice Naska. L’ha detto lui!! Io sono convinto che se su quelle auto a effetto suolo ci avessi messi il Lewis 21enne, si sarebbe adattato eccome.
- finita la magia. Io non so come sia in Formula 1. Magari è tutto meraviglioso. Ma onestamente penso che sia come tutti i business dove girano tanti soldi: un mondo di merda, dove l’onestà non esiste. Secondo me dopo anni passati a quei livelli, può anche succedere che ne vedi talmente tante che finisce la magia. E se non c’è la magia, la performance viene meno.
E allora, ciò che determina se un campione è arrivato alla fine oppure no, beh, non è il fisico. Ma è solo la testa.
Dentro la “testa” ci sono un insieme di fattori, eh…la fame, la voglia, l’esperienza, la difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti, la magia. Ma son tutte cose che partono da qui.
E queste sono le cose che secondo me, In Hamilton, per riagganciarci all’inizio di questo video, hanno influito sulla sua performance.
è giusto dirgli “ritirati finchè sei in tempo?” Certo che no. Ognuno deve essere libero di fare ciò che gli pare. E se gli piace correre e può farlo facendosi pagare, zio, fallo! Se ogni weekend è deprimente, invece…beh, la scelta è sempre sua. Però, la sua carriera non è ancora finita. Corre ancora. E quindi sta a lui, nel suo 2026, cambiare la narrazione e scrivere un’ultima pagina del suo libro, magari vincente come altre.
Sarebbe una storia da film.
Alberto Naska e Luca Ruocco
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